È giusto farsi i selfie nei memoriali dell’Olocausto?

Il candidato alle Primarie democratiche americane Pete Buttigieg per un po’ è sembrato a tutti la nuova stella nella corsa alla Casa Bianca. Poi si è macchiato di vari scivoloni, tra cui il fatto non trascurabile che un giornalista della NBC News ha trovato sul profilo Instagram di suo marito una foto del candidato mentre si fa ritrarre sorridente al Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa di Berlino, il monumento del Mitte che con 2.711 stele di cemento di diversa altezza commemora le vittime dell’Olocausto. La notizia ha generato un turbine di critiche, ma questa potrebbe essere l’occasione per aprire un dibattito molto più interessante — in tutti i sensi — di Mayor Pete: è giusto postare sui social fotografie di campi di concentramento e monumenti della Shoah?

Qualche anno fa, una ragazza israeliana aveva aperto una pagina Facebook intitolata “With my Besties at Auschwitz” per raccogliere le foto delle gite scolastiche al campo di concentramento. Le fotografie e i selfie ritraevano giovani adolescenti in posa e sorridenti, avvolti da bandiere israeliane, sui binari che conducono al campo di Birkenau, o davanti alla scritta “Arbeit macht frei”. La pagina diventò virale e in pochi giorni fu rimossa. L’admin, intervistata dal New Yorker, disse di aver creato la pagina con l’intento di prendere in giro chi si faceva queste fotografie, ma che l’obiettivo era stato frainteso. Nel 2017 un artista tedesco di origine ebraica, Shahak Shapira, aveva creato Yolocaust, un progetto (oggi terminato) in cui photoshoppava i selfie scattati al Memoriale di Berlino all’interno dei campi di sterminio.

Il problema delle fotografie nei luoghi della Shoah non è nuovo e fa parte del più ampio problema dell’“indicibile”, ovvero della rappresentazione etica dell’Olocausto. È un tema enorme, per cui non esiste un giusto, ma esistono tanti “sbagliati”. È il caso, ad esempio, del film Kapò di Gillo Pontecorvo (1961), dove la morte di una prigioniera viene estetizzata e spettacolarizzata con un lungo carrello, passato alla storia come “carrello di Kapò”, contro cui si scagliò Jacques Rivette sui Cahiers du cinéma, dicendo che “l’uomo che decide, a questo punto, di fare un carrello in avanti per inquadrare il cadavere dal basso verso l’alto (…) merita solo il più profondo disprezzo”. Oppure il meno celebre caso delle fotografie del Sonderkommando, quattro scatti realizzati da un prigioniero che lavorava nel crematorio di Birkenau, una delle pochissime testimonianze fotografiche della Soluzione Finale. Come racconta lo storico dell’arte Georges Didi-Huberman in Images malgré tout, in un libro fotografico ufficiale su Auschwitz il corpo nudo di una delle donne ritratte venne modificato con un seno più prosperoso. Possiamo paragonare i selfie di un adolescente a questi casi estremi, per altro realizzati da chi aveva l’intenzione di creare un prodotto artistico sulla Shoah?

Il punto è che non esiste un modo totalmente etico di rappresentare l’Olocausto, e se nemmeno chi ha il compito di portare avanti la Memoria è in grado di trovare quello migliore, non possiamo pretendere un comportamento eticamente ineccepibile dalle persone comuni. Condanniamo i selfie e le foto in posa perché ci sembra che spostino l’attenzione dal contesto (il campo di concentramento) al soggetto (noi), ma anche le foto del panorama possono essere altrettanto problematiche. Il Museo di Auschwitz ha recentemente twittato ai visitatori di non farsi immortalare mentre camminano in equilibrio sui binari di Birkenau in un luogo in cui più di un milione di persone sono morte. Il progetto fotografico di Roger Cremers “World War Two Today” (vincitore del World Press Press Photo Award) ritrae invece comitive e guide turistiche che agitano l’ombrellino nelle vie del campo di sterminio, dimostrando che non c’è differenza tra un selfie e una fotografia del paesaggio: il risultato è il medesimo, masse di persone chinate a fotografare un bullone o del filo spinato. Ma vietare fotografie e social nei luoghi della memoria sarebbe impossibile, e soprattutto sbagliato: oggi il nostro modo di comunicare dipende in larga parte da questi mezzi di comunicazione, che possono avere grande utilità. Ad esempio, l’uso su Instagram dell’hashtag #stolpersteine ha creato una sorta di enorme museo virtuale che racchiude le migliaia di pietre d’inciampo (oltre 56mila) poste di fronte alle case dei deportati di tutte le città europee.

Roger Cremers

Come ha scritto Taylor Lorenz su The Atlantic a proposito delle foto scattate a Chernobyl, Instagram si è evoluto in uno strumento che ricorda un diario e che aggiorniamo per tenere traccia delle nostre esperienze. La giornalista racconta di essere stata sul luogo di Ground Zero poche settimane dopo l’11 settembre e di essersi fatta scattare da sua mamma una fotografia con una macchina usa e getta: “Volevo ricordarmi non solo com’ero, ma anche che ero stata lì. Ho tenuto quella fotografia sulla mia scrivania per anni. Non è così assurdo credere che se fossi nata 15 anni dopo l’avrei postata su Instagram”. Anche questo processo fa parte della costruzione e della perpetrazione di una memoria collettiva le cui vecchie modalità, evidentemente, non fanno più presa sulle giovani generazioni.

A proposito di Yolocaust, la direttrice dell’Holocaust Educational Trust (un’organizzazione che si occupa di accompagnare gli studenti inglesi nelle visite ai campi di concentramento), Karen Pollock disse alla BBC: “Parliamo ai ragazzi del modo in cui ci si deve comportare nei luoghi di sterminio, cosa si può fare, come usare una macchina fotografica; ma non vogliamo impedire ai giovani visitatori di fare esperienza della realtà in un modo diverso dalle vecchie generazioni. La generazione di oggi vive le cose anche attraverso lo schermo di un telefono, e non bisogna castigarla, ridicolizzarla o umiliarla. Proviamo a stimolare una conversazione chiedendogli cosa cercano in una fotografia di quell’ambiente”.

Questo è ancora più vero in un luogo come il Memoriale di Berlino o altri monumenti che ricordano la Shoah, come quello di Bologna vicino alla stazione. Questi luoghi sono sì pensati per ricordare le vittime dei nazisti, ma sono inserite anche in un contesto pubblico e urbano che invita a fruirle in modo meno solenne. Sono un monito, come a dire che la libertà di cui si può godere tra le stele di cemento del Memoriale non solo è stata pagata a caro prezzo da qualcuno, ma che è anche fragile e sempre in pericolo. A questi luoghi, poi, si associa sempre un progetto didattico ed educativo, come il Centro d’Informazione posto proprio al di sotto della superficie.

Il problema, allora, è a monte, e sta nel modo in cui stiamo portando avanti la memoria della Shoah. Sempre più la visita ai luoghi dello sterminio si trasforma nella variante peggiore del “dark tourism”, come l’ha definito il ricercatore Philip Stone. Questi luoghi vengono consumati — esattamente come un prodotto — in massa e in modo rapido e superficiale. Nei forum sui viaggi organizzati ad Auschwitz le persone si lamentano di non aver potuto mangiare i panini portati da casa, di aver dovuto camminare troppo da un campo all’altro, persino di essersi visti negare l’accesso per aver portato un cane. Si possono comprare pacchetti all inclusive per la visita, con autobus che ti portano e ti vengono a prendere e una gentile guida che alla fine del tour ti dà mezz’oretta per la visita libera. Oggi le persone che partono spontaneamente per andare a visitare un campo di concentramento, prendendosi del tempo per imparare, riflettere e ragionare o anche solo fare un’esperienza sono una netta minoranza. Mettere una foto su Instagram non è il peccato più grave.

Roger Cremers

Il peccato è che stiamo perdendo la memoria, e se qualcuno considera un campo di sterminio una sorta di Disneyland dell’orrore è perché il contesto culturale glielo permette. Oggi nelle scuole, in televisione e sui giornali il tema della Shoah viene proposto solo intorno al 27 gennaio, Giorno della Memoria, con una ritualizzazione che spesso non è in grado di restituire ai ragazzi la complessità del fenomeno. I ragazzi sono costretti a leggere frettolosamente Se questo è un uomo, o a guardare La vita è bella e poi il giorno dopo si torna al programma didattico come se nulla fosse. Non si parla quasi mai delle leggi razziali italiane, della persecuzione di rom, sinti e omosessuali, non si accenna all’eutanasia dei disabili. Nessuno osa fare paragoni con l’attualità (forse qualcuno ricorderà il caso di Rosa Maria Dell’Aria, docente palermitana sospesa perché alcuni suoi studenti avevano comparato il decreto sicurezza di Salvini alle leggi razziali).

Serve a poco insultare un ragazzo in gita che si fa un selfie o indignarsi per la foto di Mayor Pete al Memoriale di Berlino. Qualche settimana fa, proprio davanti a quello stesso monumento, si è tenuta una manifestazione in sostegno di Liliana Segre, sopravvissuta all’Olocausto di 89 anni, a cui è stata assegnata la scorta per le credibili minacce antisemite. Questa è l’unica cosa di cui dovremmo vergognarci.

Giornalista e femminista

Giornalista e femminista