Se dovessi descrivere l’Upper Peninsula del Michigan con una parola userei “Paradise”, la città. Storia fittizia della fondazione di Paradise: i fondatori vagano da mesi in un inferno di orsi e neve, trovano un pezzo di terra che fa meno schifo degli altri e quello diventa il loro personale lembo di paradiso. Paradise, MI.
Popolazione, 5.017 abitanti.
Risultati delle presidenziali del 2016 a Paradise, MI: 58,65% Repubblicani, 34,59% Democratici.
Se Paradise è un paradiso, immagino cosa possa essere Hell, nella Lower Peninsula. Siamo solo di passaggio, come tutti a Paradise, perché stiamo andando alle Tahquamenon Falls, una delle varie attrazioni turistiche del luogo. Le case sono piccole e spoglie. Ci sono anche delle specie di fienili, non so come si chiamino, con dei tizi brutti fuori, seduti su vecchie sedie arrugginite. Guardano le macchine che passano e scommetto che dietro ogni sedia è poggiato un fucile. Ci sono un sacco di cartelli con scritto sopra “For Sale”, e nei giardini altri piccoli cartelli elettorali per le midterms. La strada è talmente fitta di abeti che sembra sia calato il sole. È come essere in montagna, ma senza pendii. È tutto piatto per decine di chilometri.

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«Vedete come tutti gli alberi sono in fila?»
«Sì».
«Nessuno di questi alberi è cresciuto spontaneamente. Sono stati tutti abbattuti e ripiantati almeno una volta».

Quando Tom me lo dice, rimango un po’ confusa. Ci penso un secondo. Ma come è possibile abbattere e ripiantare un’intera foresta? Poi mi arrabbio anche un pochino. Nove ore di volo e cinque di macchina da Chicago per vedere degli alberi che non sono nemmeno naturali? Mi sento un po’ defraudata, derubata, ma continuo a guardare tutto e continua a piacermi tutto. Poi scopro che anche le Tahquamenon Falls sono state fatte dall’uomo, che la magia pubblicizzata in tutto il Michigan non è altro che un trucchetto per far sì che i tronchi di legno fossero trasportarti più velocemente alla foce del fiume. Una città che si chiama Paradise e una che si chiama Hell, alberi finti e cascate artificiali. Ma c’è qualcosa di normale in questo posto? No, non c’è.

Non c’è niente di normale nella UP, nella Upper Peninsula, me ne accorgo persino io che già di mio penso che in America sia tutto strano, tutto diverso.

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Siamo arrivati ad Escanaba all’ora del tramonto e i cervi avevano già cominciato ad attraversare la strada. C’era ancora un po’ di luce e riuscivi a distinguere bene quel lampo di pelle che tagliava a metà la 41. Se fosse stato buio, avremmo visto i due fari degli occhi, ma sarebbe stato troppo tardi. Al bordo della strada ho visto la carcassa di un cervo investito, il pasto di tre enormi corvi neri. Il Michigan non è clemente con gli animali. È un posto brutale, dove la gente ha a che fare con la morte in una dimensione quotidiana. La morte è negli animali, nella foresta impenetrabile sebbene fittizia, nel metro di neve che scende ogni inverno, nel lago che si ghiaccia. Ma è anche nello sguardo delle persone obese e allucinate che fanno la spesa al Walmart di Escanaba, che si trascinano appresso i sacchetti pieni di cibo spazzatura e soft drink. È nelle città fantasma, nell’economia che langue, nei parcheggi vuoti. È nella meth che gli adolescenti usano per riscattare la noia dell’ennesimo sabato sera passato in un buco di culo di provincia.

Per proteggersi dall’onnipresenza della morte, gli Yooper hanno costruito una foresta mitologica, fatta di una identità tutta particolare. Le cartoline amatoriali che trovi in qualche locale ne sono la dimostrazione. Raffigurano gli abitanti in costume in mezzo alla neve, mentre bevono birra di fianco a una motosega. Si sono presi quello stereotipo che penzolava sulle loro teste e se ne sono appropriati con orgoglio. Il kitsch che domina il pub delle Tahquamenon Falls, alle cui pareti sono appesi trofei di caccia autentici alternati a riproduzioni palesemente di peluche, è un atto di sublime sovversione. Lo dicono anche gli intellettuali: il kitsch è sempre un atto rivoluzionario, catartico, ma soprattutto consapevole. La gente della UP lo sa. Sa che esiste la morte.

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Tom imita l’accento degli Yooper e noi ridiamo come matti.
«Oh ya, I suppose gonna rain eh»

Gli racconto dei mille accenti che ci sono in Italia, e del fatto che a volte non ci capiamo nemmeno tra noi italiani. Penso che l’accento dell’UP somigli molto all’accento della mia città, con “eh” in fondo a ogni frase e tutte le vocali sbagliate. Oggi fa freddissimo, mentre ieri abbiamo fatto il bagno nel lago Michigan celebrando quello che poi si è rivelato l’ultimo giorno d’estate della UP. Io, Paolo e Tom ci siamo seduti sulla spiaggia davanti alla casa del padre della moglie di Tom e abbiamo bevuto birra al pompelmo e mangiato una tonnellata di Oreo di tutti i gusti possibili e immaginabili. Abbiamo guardato un po’ il lago, a volte stando anche in silenzio, mentre altre abbiamo parlato delle nostre vite che non potrebbero essere l’una più diversa dall’altra. L’abbiamo fatto con leggerezza, senza perderci troppo nella pesantezza delle cose. Mi rendo conto che sto parlando poco, perché un po’ mi imbarazzo ad esprimermi in inglese, poi a volte mi sfugge una risposta e mi vergogno a chiedere di ripetere.
Fa niente, ascolto.
Ascolto questo lago che si frange a pochi passi dai miei piedi e il rumore delle bottiglie che si scontrano in ripetuti brindisi e quello della carta degli Oreo solcata da un leggero vento. La birra ha diffuso nell’aria il profumo del pompelmo, che non c’entra molto col contesto poco estivo e frizzante, ma che rende tutto più delizioso. A un certo punto Tom e il suocero scompaiono e ricompaiono su un quad con una busta di plastica piena di costumi. Ce ne sono anche per me, sono un po’ grandi ma in qualche modo ci arrangiamo. Ci cambiamo, togliamo le scarpe e le calze e mettiamo un piede nel lago. È gelido. Io mica lo faccio il bagno. Io e Paolo andiamo piano piano, bagnandoci la pancia piena di biscotti e tenendoci per mano. A me fanno un po’ impressione le alghe sul fondo. Paolo indugia, io avanzo un poco e ci ragiono. Voglio stare qui a congelare dalle cosce in giù per l’eternità? Allora mi butto dentro l’acqua e lascio che essa mi avvolga, mi elettrizzi tutta la pelle. Mi piace immaginare che siamo gli unici tre bagnanti in tutto il lago Michigan. Mi piace immaginarci su Google Maps come tre minuscoli puntini. I capelli non ce li metto altrimenti li devo rilavare stasera e non mi va. Ho fatto un verso quando ho messo le spalle sott’acqua.

«Fra un minuto vedrai che ti abitui!», mi urla Tom, che è molto più distante di me.

Comincio a contare, uno, due, tre, quattro… trenta… sessanta… cento. Non mi sto molto abituando, ma almeno con i piedi non tocco le alghe. Quando mi dimentico che sto contando effettivamente mi abituo e come per magia l’acqua diventa calda. Abbraccio Paolo come fanno i koala mentre Tom e il suocero vanno sotto a cercare le lumache zebra, che stanno distruggendo l’ecosistema del lago.

http://emocvltdad.tumblr.com/
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Lago Michigan. Superficie: 22,300 miglia quadrate. Volume: 1,180 miglia cubiche. Il secondo lago dei Grandi Laghi per volume ma il terzo per estensione. Questi fatti li conoscono tutti gli abitanti della UP, e non mancano di illustrameli ogni qual volta faccio menzione del lago.

Me lo dice anche il padre di Tom, che è un veterano della guerra del Vietnam. Tom ci ha raccontato quando è quasi morto per lo scoppio di una bomba che l’ha colpito sul fianco. È un uomo curvo ma muscolare, che sta in silenzio mentre ascolta gli altri e aspetta il suo turno per parlare. Quando parla, lo fa in modo tagliente o memorabile. Dice anche delle battute molto divertenti e un po’ scorrette. Scommetto che da giovane era molto bello. Quando siamo passati davanti al McDonald’s di Escanaba ho letto la scritta “Thank you veterans” e leggerla lì mi ha fatto uno strano effetto. C’è molto rispetto qui per chi ha combattuto, mentre noi in Italia ci siamo praticamente dimenticati che le guerre esistono. A volte penso che il disagio della mia generazione sia dovuto al fatto che noi non siamo molto abituati al fatto che le cose possano precipitare da un momento all’altro. Siamo abituati alla precarietà, ma a una precarietà diversa. Non ci stimolano le grandi narrazioni della guerra, perché le nostre narrazioni sono differenti: non c’è più un grosso evento che scuote le fondamenta della terra, che costringe tutti a smettere di fare le cose normali. Semplicemente, siamo sul pezzo di terra che è crollato da un bel po’, come gli orsi polari che stanno sull’unico pezzo di ghiaccio che non si è sciolto col riscaldamento globale. Stiamo lì sapendo che quel pezzetto è l’unica cosa che abbiamo, e che si sgretolerà inesorabilmente senza che possiamo farci niente. Questa è la nostra precarietà. Forse ci piacciono i veterani perché abbiamo bisogno di eroi, mentre noi ce ne stiamo qui sulla nostra isoletta come orsi polari ad aspettare che essa si sciolga.

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Tom mi presenta ai suoi e dice: «Jennifer è una scrittrice». Davvero, sono una scrittrice? In Italia devo sempre dire che sono un giornalista, però praticante, quindi teoricamente non proprio giornalista. Insomma, lo sarò ufficialmente fra 18 mesi quando avrò finito il praticantato, avrò fatto l’esame e mi sarò iscritta all’albo. Qui negli Stati Uniti invece sono “una scrittrice”. È proprio vero che in America è tutto più grosso. È più grossa questa mia nuova identità. Ora che sono una scrittrice ho delle responsabilità, ad esempio osservare attentamente la natura per sentire l’ispirazione, scriverne e prima o poi farmi venire il blocco dello scrittore. Invece, mentre passiamo con la macchina sulla 41, mi limito a guardare dentro il fitto della foresta per riuscire a vedere un procione. Non ho mai visto un procione, ad eccezione di quelli dei video di Facebook. Da noi non ci sono. Tutti mi prendono in giro per questa storia del procione, forse perché qui tutti ne vedono a decine e non ne hanno una grandissima opinione, ma io li trovo adorabili. Io vorrei tanto vederne uno e la natura me ne restituisce almeno venti, tutti morti sul ciglio della strada. Grazie, natura. Grazie, UP.

Prima di venire qui ho letto tante cose sulla wilderness. Ne abbiamo parlato al corso di letteratura americana all’università. Mi ero comprata anche Foglie d’erba di Walt Whitman da leggere mentre osservavo la wilderness, ma poi me lo sono dimenticata a casa, quindi cerco di ricordarmi qualcosa a memoria. La mia frase preferita è “every leaf a miracle”, ma qui non so se ci siano tanti miracoli dato che la foresta è finta. Si può dire che sia wilderness qualcosa che è stato fatto dall’uomo? Quando arriviamo alle Tahquamenon Falls, prima di scoprire che fossero artificiali, un po’ mi sono sentita Walt Whitman. Il rumore era così assordante che bisognava alzare molto la voce per capirsi l’uno con l’altro. L’acqua è marrone per dei minerali che sono presenti nella roccia.
Tahquamenon Falls, altezza: 14,6 metri.
Tahquamenon Falls, galloni d’acqua al secondo: 7mila.

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Mi sento disorientata perché per arrivare alla Upper Falls abbiamo dovuto scendere moltissimi scalini di legno a picco sul fiume, e io soffro un po’ di vertigini. Il fatto che dobbiamo urlare per parlarci non aiuta. Sono contenta di aver preso il piumino e il parka perché in questo interstizio di foresta fa davvero freddo. La foresta è la Hiawatha National Forest, e Tom ci ha detto che si chiama così per il principe Ojibwe, protagonista di un poema epico. Poi scopro che questo poema non l’ha scritto un nativo americano, ma un bianco. Non so se dovrei arrabbiarmi anche per questo, ma immagino di sì.

Io sono una fissata dell’autenticità perché sono una seguace di Ernest Hemingway. Siamo anche andati a vedere la sua casa natale quando eravamo a Chicago, poco prima di arrivare qui. Io voglio scrivere le cose vere, ma questo posto è pieno di bugie. Devo quindi fare dei conti con le mie aspettative, devo trovare un compromesso. Hemingway dice che uno deve sempre scrive una frase vera. Il problema è che tutto questo è vero. È vero che gli uomini vanno nei posti, anche in quelli dimenticati da Dio, e si prendono tutto. Abbattono alberi, fanno esplodere le rocce per allungare le cascate, si inventano storie su quelli che c’erano prima di loro. Per questo non dobbiamo scriverne? Per quanto la gente qui si sia sforzata di creare un paradiso e di piegare la wilderness alla propria pastorale, l’impressione è che non ci sia tanto riuscita.

Io e Paolo non facciamo che ripetere che tutto ci sembra bellissimo.
«È perché siete nella stagione giusta», ci dice Tom.
«Se veniste qui d’inverno non vi sembrerebbe tutto così bello».
L’inverno nella UP è la rivincita della wilderness sull’uomo.
Cerco di immaginarmi Paradise e Marquette e le città in cui passiamo mentre sono ricoperte dalla neve. Non faccio fatica, anche perché tutto è già pronto per affrontarla. Ci sono le motoslitte parcheggiate fuori dalle case, e dei negozi dove puoi noleggiarle. Sono tutte fuori, una in fila all’altra. Dove ci sono dei ponti, e sono molti, c’è un cartello con scritto che il ponte potrebbe essere ghiacciato.
«Quando arriva l’inverno, tutto il lago Michigan si ghiaccia».
«Tutto tutto?»
«Tutto. Tutto muore, tutto è morto».

Ieri siamo passati nel downtown di Escanaba per andare in un ristorante italiano di cui ci aveva parlato Tom. Così, per scherzo, per sapere cosa possono pensare due italiani di un ristorante italiano nel bel mezzo di Escanaba, MI. Io ho l’impressione che si sia tutto cristallizzato negli anni Ottanta. Quando arrivi in città, passi sotto la scritta “Welcome to downtown Escanaba, where you can have fun, shop and dine”.
«Avevo letto ‘where you can have fun, shop and die’», dice Paolo.
«Qualcuno dovrebbe proprio andare a rimuovere quella ‘n’», risponde Tom.
«Se fossi ancora alle superiori, lo farei sicuramente. Andrei di notte con una scala e rimuoverei la n. Fa ridere perché è vero, qui ci puoi morire».
Quasi tutti i negozi del downtown sono chiusi. Vicino al ristorante, c’è la banca dove il padre di Tom ha lavorato per 30 anni. Anche quella è chiusa. Però stanno costruendo uno Starbucks qui vicino, in un grosso cubo. Tom ci dice che è una cosa importante, che gli Starbucks mica li costruiscono dappertutto, che ci sono degli standard molto rigidi da rispettare e che ovviamente Escanaba non ne rispetta neanche uno. La zona residenziale di Escanaba è un posto davvero grazioso, dove le case sono ampie e hanno tutte la vista sul lago Michigan.

Io fantastico di vivere con Paolo in una di quelle case con la bandiera degli Stati Uniti piantata in giardino e un golden retriever grasso che sonnecchia sotto il portico, e scendere in spiaggia ogni giorno, anche quando fa freddo, solo per provare la bellissima sensazione di infilare i piedi nella sabbia congelata.

Quella sera dormiamo in una delle case dei sobborghi, la casa della madre di Trisha. Di sera guardo fuori dalla finestra sperando di vedere un procione, ma ancora niente. Io e Paolo ci sdraiamo su un letto enorme con una testata di legno scuro e una ventina di cuscini di dimensioni diverse, esausti. Apro la valigia, prendo il mio necessaire e vado in bagno a lavarmi la faccia. Sulla salvietta c’è ricamato un orso tutto sbilenco, con la scritta “Bear Naked Yooper”.

«Ti somiglia», dico a Paolo sventolandogli in faccia la salvietta.

Tom, che dorme nell’altra stanza, bussa alla nostra porta. Mi infilo il pigiama al volo e mi nascondo dietro Paolo, abbracciandolo da dietro esattamente come farebbe un orso. La mia testa fa capolino da dietro la schiena di Paolo, e osservo il nostro amico che ha i capelli tutti arruffati.

«Domani sveglia presto», ci dice. «Possiamo fare colazione qui, oppure andare a mangiare un pasty».
«Che cos’è un pasty
«Non ti voglio rovinare la sorpresa».

«Scriverai di questo viaggio?», mi chiede Tom il giorno dopo, mentre addento un enorme pasticcio di carne e patate alle otto di mattina.
«No, penso proprio di no».

Giornalista e femminista